domenica 3 marzo 2013

Un Omicidio (racconto)


Un Omicidio




Osservo distrattamente il fumo della mia Camel mischiarsi ai vapori del caffè.
Salgono dalla tazza bianca posata da poco nell’unico piccolo spazio libero della scrivania.
Il ritmo incalzante e ipnotico del pennello ottico sulla superficie del mio vecchio schermo a tubo catodico illumina in modo sinistro la lenta danza dei due fumi.
Salgono verso l’alto.
Si fondono l’uno all’altro per poi sparire al di sopra dello schermo.
Nel buio della stanza.
Non ricordo da quanto tempo sono qui.
Da un paio d’ore.
Dopo una lunga fatica accompagnata solo dal fastidioso ronzio della ventola di raffreddamento, il computer mi annuncia con una schermata nera che sta per caricare il sito che ho richiesto.
Alcuni istanti immerso nel buio e finalmente il video comincia a riempirsi di immagini e testi. Leggo alcune righe ma neanche la notizia della prossima conferenza ad Oslo riesce a sollevarmi dai pensieri che mi tiro dietro da stamattina. 
Mi sono svegliato con la sensazione di avere le braccia e le gambe come in una morsa.
Ho attraversato la stanza evitando di incrociare con lo sguardo lo specchio che spadroneggia come se fosse l’altro mè, e ho fatto colazione con due Voltaren.
Speranza vana.
Infatti dopo due ore quel maledetto formicolio era solo aumentato portando con sé un notevole carico di ansia.
Il resto delle ore che mi hanno separato da questa seduta di internet sono state un lento crescendo, l’inesorabile costruzione di un muro di vecchie paure saldamente cementate da una malta di impotenza e rassegnazione.
Il calendario non l’ho guardato, non mi serve più una conferma.
Il mal di testa e i muscoli doloranti mi spingerebbero verso il letto, ma trovo comunque la forza di guardare un ultimo sito:sistemi di assemblaggio nei cadaveri mummificati.
Nessuna novità.
Mi sveglio di soprassalto allo spegnimento automatico del computer.
Stacco rumorosamente le braccia dalla tastiera ricavando un calco quasi perfetto di buona parte dei tasti.
Cerco un orologio al buio nella discarica che mi sta davanti. Illumino il display.
Ho dormito per un’ora e il caffè adesso fa schifo.
Ne preparo svogliatamente un altro e nell’attesa accendo un’altra Camel.
Dalle finestre scostate penetra una debole luce biancastra. Non è questa notte. Ormai lo capisco anche dalle impercettibili variazioni della sua intensità, giorno dopo giorno.
Spengo la sigaretta in un posacenere ormai sepolto dai mozziconi mentre l’ultimo goccio di caffè risale rumorosamente lo stretto condotto della caffettiera.
Fa schifo anche appena fatto, ma almeno è caldo.
Mi sdraio senza la pretesa di addormentarmi ma  crollo subito in un sonno agitato.
Quando riapro gli occhi la stanza è percorsa da vari raggi di luce che, provenienti dalle finestre, danno vita qua e la agli immobili disegni del fumo che non si è ancora dissipato del tutto.
Il letto, inzuppato dal mio sudore, è scomodo e freddo.
Una doccia calda mi regala una sensazione di normalità per circa una mezz’ora, giusto il tempo di inghiottire un po’ di pasta avanzata e un sorso di birra direttamente dal frigo.
Ovviamente i dolori sono aumentati e ogni tanto diventano piccoli crampi alle braccia o alle gambe.
La giornata trascorre lentamente accompagnata dall’ansia che, crescendo di ora in ora, si va a mischiare a uno strisciante senso di terrore e a pensieri terrificanti in una specie di orrenda mistura chimica che il mio cervello instilla come un veleno al resto del mio corpo.
Ho ripulito il posacenere dopo colazione ma a ora di cena versa nelle stesse condizioni di ieri sera.
La caffettiera ha effettuato più servizi in due giorni che nel resto dell’anno. Si avvicina il momento della partenza.
Lo sento nelle ossa.
Sembra che una forza invisibile stia cercando di frantumarmele dall’interno.
Fino a domattina nessun antidolorifico mi darà sollievo.
Il sole è calato da un po’.
Prendo le chiavi della macchina e mi metto in strada presto calcolando ingorghi o eventuali intoppi.
Procedo lentamente verso la periferia romana sfregando e asciugandomi ad ogni semaforo gli occhi esausti e gonfi.
Fortunatamente e stranamente il traffico è scorrevole e i crampi, almeno per ora, non sono troppo intensi.
Faccio partire un vecchio cd di Charlie Parker  e intossico anche la macchina con il fumo della Camel.
La via Salaria è deserta come sempre a quest’ora.
La doppia fila ordinata e precisa di querce alte e folte che la costeggiano in questo periodo dell’anno forma un cappello abbastanza fitto da non vederla.
Mi chiama verso il mio destino, la mia condanna. A tratti ne scorgo un piccolo bagliore tra i rami fitti e mi sembra che i crampi aumentino. Quasi a sottolineare la rigidità dei miei muscoli Charlie sta cantando “Now's The Time,Ornithology”.
Un bagliore diverso mi fa trasalire. Più avanti c’è una volante della polizia che fa dei controlli. Se mi fermano in questo stato è la fine. Non saprei cosa inventarmi e crederebbero subito che mi sia strafatto di chissà quale sostanza, e poi io…alla mia età…io.  
Non ci sono laterali nello spazio che ci separa. Se faccio inversione si insospettiscono.
Merda.
La tensione mi aumenta i crampi tanto che devo sforzarmi per tenere il volante dritto. Ma la fortuna mi assiste.
Fermano un camion. Mentre effettuano i controlli all’autista assonnato e ai suoi documenti di viaggio assumo la posizione più naturale che mi consente il mio stato fisico e passo oltre sudando tutti i liquidi che mi restano in corpo.
Ritrovo la calma cercando di respirare lentamente per rallentare i battiti anche se i dolori sono aumentati e mi strozzano quasi l’aria in gola.
Tutto liscio.
Prendo a destra per la vecchia statale. Da qui in poi dovrei essere tranquillo, è poco trafficata da anni.
 Dopo parecchi chilometri mi addentro nel piccolo borgo di cinque o sei case immerso nella campagna romana facendo stancare anche l’accendino per il suo servizio extra e svolto nella a me ben nota via della Cera. Tristemente ironico.
Parcheggio davanti al cancello e spengo lo stereo interrompendo Charlie in pieno ritornello.
Mi volto ad osservare la vecchia casa.
E’ sempre immersa nel buio quando vengo qui e ha un chè di spettrale, forse solo per me. Sembra che le sue stanze, le sue volte e i suoi portici non siano state visitate da anima viva per anni, ma purtroppo non è così.
Qualcuno le fa visita.
Una volta al mese e sempre di notte.
Con una puntualità non umana, tipica solo di una legge della natura.
Scendo.
La luce pallida mi investe con violenza facendomi piegare su me stesso tremante in quello che sembra un unico crampo dal collo alle caviglie.
Con un lamento soffocato mi rimetto in piedi e inizio il rituale.
Oltrepasso il cancello in ferro battuto richiudendolo alle mie spalle.
Attraverso i quattro metri di pietre rosse che mi separano dal portone blindato, ultimo modello rinforzato a dodici spine cromate che mi occulterà alla mia silenziosa osservatrice.
Come sempre lo trovo aperto e come sempre lo richiudo dietro di me con tre mandate di chiavi, che mi metto in tasca.
Appoggio per un attimo le spalle al muro e prendo fiato, finalmente occultato. Ma il sollievo dura poco più di un attimo.
Salgo le due rampe di scale, ventiquattro gradini in tutto.
Destra e poi sinistra.
Nuova porta blindata da richiudere con cura. 
All’interno una lampadina aggrappata direttamente ai cavi elettrici illumina a fatica una stanza di quattro metri per quattro, pareti rinforzate e insonorizzate pitturate di bianco molto tempo addietro coperte di segni, graffi e minacciose strisciate di sangue ormai secco.
Il pavimento come al solito è sporco e pieno di mozziconi.
Alzo lo sguardo per guardare le due lunghe catene arrugginite che pendono dal muro a sinistra per terminare in due pesanti manette oliate di fresco a giudicare dalle gocce di olio nerastro sul pavimento al di sotto di esse.
Queste hanno retto bene le ultime due volte a differenza di altre, come mi ricordano tristemente le chiazze di cemento scuro rifatto di recente a poca distanza dall’attacco a muro di queste. Altre non hanno retto.
La conferma lugubre arriva anche dai ritagli di giornale appesi in fondo alla stanza, dove una volta c’era l’unica finestra, ora murata. Da qua non posso leggere o vedere le foto, soprattutto perché adesso gli occhi mi fanno male e li sento gonfi, ma conosco a memoria i testi. “Coppia trovata squartata a lato della strada, si segue la pista del delitto passionale” “Corpo irriconoscibile rinvenuto in un fossato”…
Altre non hanno retto.
Non deve più succedere. 
Entro nella stanza e so già che il suo stato è peggio del mio.
Per lui il processo è un po’ più rapido. Infatti il suo saluto è poco più di un rantolo. Riesco a ricambiare solo con un cenno perché il saluto muore in un punto non meglio definito del mio esofago irritato. Mi dice che ha quasi finito. O per lo meno credo di aver sentito questo nell’impasto gutturale che gli è uscito. Tocca a me. Controllo che si sia legato bene alla sua coppia di catene poi prendo le sue chiavi mentre mi osserva con uno sguardo tra il terrore e la compassione. Per se stesso e per me. Un crampo improvviso mi fa perdere le chiavi di mano. Il terrore attraversa la mia spina dorsale come un treno fuori controllo che va a schiantarsi alla base del cranio.
Realizzo in una frazione di secondo che è tutto sotto controllo. Anche se annebbiata dai dolori che mi si diffondono in tutto il corpo, la mia mente è ancora attiva.
Raccolgo a fatica le chiavi rovistando tra mozziconi e altre cose che non riesco a distinguere bene, mentre tranquillizzo con lo sguardo il mio ospite. Senza dire una parola assicuro anche i miei polsi alle catene sulla parete opposta mentre i suoi lamenti aumentano, lacerando il silenzio della stanza. Cerco di pensare ad altro, a cosa farò domattina con i muscoli distesi e la mente sgombra, sperando di svegliarmi ancora in questa stanza.
Il tentativo dura pochi secondi, poi sento il flusso del sangue aumentare. Brucia come lava nel mio corpo.
Con le ultime forze fisiche e mentali prendo tutte le chiavi e le metto nella cassaforte alle mie spalle inserendo la combinazione a tempo che ci regalerà la libertà domattina.
La notte sarà lunga ma noi non ce ne ricorderemo.
Spero.
Un attimo prima di voltarmi sento un rumore secco di catene che stridono come se un bue inferocito volesse liberarsi furiosamente dal suo giogo.
E’ ora.
E’ luna piena.
E’ cominciata l’ultima agonia.
Ho la fortuna di vedere quello che mi succederà pochi istanti prima che accada.
Le vene del suo collo sono gonfie e pulsano abbastanza da essere viste anche con così poca luce, i suoi muscoli sono tesi al punto da inarcare il suo corpo in avanti mettendo alla prova le due catene.
Il respiro assomiglia a un latrato mentre la saliva comincia a colargli dalla bocca spalancata per fare spazio ai canini che si allungano.
La barba e tutti i peli del suo corpo iniziano a crescere con una rapidità innaturale contorcendosi come se provassero anche loro la stessa frenetica agonia che attraversa il corpo che li ospita.
Il suo sguardo salta velocemente da un punto all’altro della stanza lasciando intravedere tracce di paura e rassegnazione raccapriccianti, come pennellate su una tela dipinta di dolore.
Faccio appena in tempo a vedere i suoi occhi iniettarsi di un rosso vivo.
Poi tocca a me.