Stanza 32 (racconto)
Stanza 32
Lara era una donna libera ma anche senza un Dio.
Lara si esaltava al vento come le foglie d’ulivo; amava bagnarsi sotto la pioggia e adorava farsi attraversare dal sole. Lara che rivede la sua vita in un attimo; Lara sempre con la gola impastata di sudore come la sabbia del deserto, Lara che rivede quello che fu e quello che non sarà mai, Lara meretrice della vita.
Ella alle volte si fermava… si fermava quando gli si accendeva il fuoco dentro ed era capace di scatenare “l’inferno al suo comando”; altre volte si nascondeva dalla vita e precipitava nel sentiero oscuro per poter vivere un’altra esistenza, magari migliore, certo non quella del suo passato fatta di chiari scuri dove quest’ultimi avevano maggior peso nella sua vita. Di uomini che la usavano costantemente e di donne che trasgredivano puntualmente la sua moralità.
Non era contenta di sé, Lara, essa si odiava, non si piaceva per niente ma era consapevole di avere anche una certa presa sugli uomini, quando era serena, quando non doveva scappare da casa per non sentire le urla del fratello, quando non faceva fatica a riconoscere il padre, quando il muro del silenzio tra lei e la madre s’interrompeva, quando Lara… allora stava volentieri tra le gente e si sentiva orgogliosa di essere ancora viva tra i vivi ed era fiera quando gli uomini la guardavano… Lara era tutto e il contrario di tutto e un giorno quando tutto andava storto… conobbe Leo.
Se ne innamorò follemente. La sua vita era diventata un cercare e ricercare tutto il piacere che poteva strappare a quell’uomo anche se sapeva che non sarebbe mai stato suo, già perché Leo era di un’altra donna e di altri figli.
L’ascensore si fermò al secondo piano come gli aveva preannunciato poco prima il portiere di notte di quell’albergo di centro città e Leo, con stupore notò che la porta della stanza 32 era appena socchiusa invece di essere normalmente chiusa.
Leo, insospettito da quella porta semiaperta tenne il pomello argenteo nel palmo della mano e la aprì lentamente quasi nel timore di trovare qualcosa di inaspettato; invece lei stava lì; come le aveva detto per telefono quel pomeriggio di una Palermo afosa. Stava lì. Seduta nel bordo del letto con le ginocchia a racchiudere il viso e i piedi nudi a puntellare la barra del letto. Non si accorse nemmeno della presenza di Leo, la faccia era totalmente conficcata tra le braccia e le ginocchia e Leo non potè nemmeno scorgere il viso di Lara. Un viso che le faceva compagnia da almeno tre anni.
Leo conosceva ogni particolare di quel viso, i lineamenti erano così scolpiti nella sua mente che un giorno pensò che se tutto questo dovesse finire, lui non avrebbe mai dimenticato quel sorriso e quegli occhi né tanto meno i capelli biondi aggrottati come a volte era il suo umore.
Lara aveva ventiquattro anni a quel tempo , giovane si, ma abbastanza logorata dalla vita. Un paio di storie fallite, un padre che non c’era mai e una madre sola che continuava a dire che amava il marito, ma ormai non ci credeva neanche lei. E c’era pure Ugo, un fratello più grande di lei, ma non riusciva a fare da padre a Lara perché anche lui era stato devastato dalla vita; costretto a stare in una sedia a rotelle per una malattia alle ossa di cui non si conobbe mai la causa.
Lara e Leo quella sera, nella stanza 32, mentre fuori l’afa d’agosto portava con sé gli ultimi bagliori di una città che si spegne, si amarono.
Fecero l’amore come non lo ebbero mai fatto. La passione e il fuoco li avvolse per l’intera notte. Fradici di sudore e inzuppati di sesso e alcool si dissero con gli occhi tutto quello che sino a quel momento non ebbero il coraggio di dirsi. A vederli, così aggrovigliati l’uno contro l’altro, a guardarsi a sorridere e piangere e urlare, a tenersi stretti per imprimere nella mente quel momento, per non dimenticare… a vederli così… ma Leo sapeva che quella era l’ultima notte. All’alba sarebbe andato via; avrebbe aspettato che Lara si fosse addormentata per scomparire dalla sua vita, per dare un taglio finale a quella storia fatta di amore, odio e sesso, ma non l’avrebbe mai dimenticata. No! Era stata molto importante quella donna… anche se solo per tre anni! Un turbine continuo di emozioni forti nel bene e nel male. Litigare, amarsi, la pace, odiarsi, farsi male, la guerra, il bene, il sesso, le idee, i tradimenti, cercarsi, allontanarsi, offendersi, il pianto, le risate, la gioia. Un uragano in continua espansione ma anche una sonnolenta quiete prima di scatenare l’inferno. Perché Lara sapeva scatenare l’inferno! Sapeva che quell’uomo non sarebbe stato mai suo… << l’altro uomo…gli altri figli… >> diceva sempre. Nel suo inferno Lara aveva bisogno di tanto amore, aveva bisogno di essere cercata, coccolata, sentirsi importante per qualcuno e in Leo trovò tutto questo. Quegli anni passati a nascondersi da tutti e tutto gli stavano un po’ stretti, la gelosia alle volte l’accecava, << tu non lascerai mai tua moglie… >> gli dice spesso negli ultimi tempi, << vedrai che un giorno chiamo tua moglie e gli dico tutto…>> ripeteva di frequente, ma non l’avrebbe mai fatto. Amava troppo quell’uomo per distruggere la vita che si era costruito ma anche una “ vita che non avrebbe voluto “ .
Leo la guardava mentre ella dormiva.
Lara dormiva profondamente distesa su un fianco con le gambe appena raccolte verso la pancia. Il suo respiro era lieve, quasi inesistente, sembrava morta e Leo continuava a guardarla ma doveva andare via, doveva dare un taglio finale a quella storia e decise di lasciarle un biglietto sul comodino ancora intriso di odore di sesso e amore: “Lara, per tutte le volte che ti ho detto che ti amo sono pari le lacrime che mi hai fatto versare e nondimeno continuo ad amarti, per il pianto che mi assale, per il tuo freddo parlare, per la tua aria annoiata, per il tuo cercarmi solo quando sei in preda alla passione. Sei diventata come una droga pesante che mi sta sottraendo alla vita. E’ forse l’odio l’unico rimedio…o il fuggire via e tenerti con me negli affanni del mio cuore…”.
Leo piegò il foglio in due e lo ripose sul comodino appoggiandolo accanto al lume, in questo modo Lara l’avrebbe visto subito. Leo si sedette sulla poltrona accanto al letto disfatto e guardò quel corpo nudo in parte avvolto delle lenzuola e pensò quante volte afferrò tra le mani quella carne con amore e con odio, quante volte pensò di farla finita, di porre fine a quel disfacimento mentale in qui Lara lo aveva condotto. Quante volte pensò di raccontare tutto alla moglie… quante volte pensò di uccidere quella donna o di amarla per sempre.
Cosa fare? Cosa avrebbe dovuto fare per liberarsi dall’incubo?! Si perché quella donna tanto amata e odiata era diventata un incubo ma anche una droga dove attingere sempre nuove emozioni. ...Andare via, scomparendo per sempre… avrebbe capito Lara dopo aver letto la missiva? Lei diceva sempre: << mai io ti amo! >>. Ma quale amore! Quale amore poteva essere quello tra loro due…fatto di liti continue ma un cercarsi ad ogni costo…
Leo continuò a guardare “l’altra donna”; continuò a pensare cosa sarebbe stato una vita senza rivederla: ...mi sarei dedicato alla famiglia finalmente, ai figli, sarei stato un marito e un padre più presente… pensò Leo mentre sprofondava in quella grigia poltrona d’albergo.
Leo socchiude gli occhi e cerca di proiettare sulla parete la finale di quella storia; l'ultimo atto d'amore consumato in una squallida stanza, la stanza 32... trentadue... come i suoi anni, trentadue come simbolo della zona franca urbana di un degrado sociale... la zona franca come quella parte della suo cervello che gli diede l'imput di dare vita all'ultima scena della sua vita.
Leo prese in mano il cuscino sul lato sinistro del letto, quello dove poco prima si era poggiato a guardare l'altra parte della sua vita, lasciò scivolare la mano libera sul viso di Lara accarezzandone le gote rilassate e con furia pressò il cuscino sulla faccia della donna la quale risvegliatasi d'improvviso iniziò ad emettere dei gemiti convulsi sino a quando lentamente i lamenti scomparvero lasciando posto ad un silenzio di morte. Leo liberò gradualmente la faccia di Lara da quella morsa di odio e amore e guardò il viso della donna rivolto da un lato e con la bocca ancora aperta. La guardò stando in piedi per parecchi minuti... sembravano anni infiniti.
Leo si rivestì in fretta, mise la giacca e non si curò della cravatta che cadde per terra. La sua mente non emetteva nessun segnale di pensiero, sembrava un macchina, non si girò neanche a dare un ultimo sguardo a quel corpo scomposto riverso sul letto. Prese l'ascensore, attraversò la holl deserta e si ritrovò in strada.
Leo iniziò a camminare in direzione del mare. Lo guardava avvicinarsi ai suoi occhi molto lentamente come lenti erano i suoi passi, ne sentiva il profumo nell'aria e più si avvicinava più gli occhi gli si colmavano di lacrime che asciugava con il dorso della mano e pensò che quel mare nero di notte lo aspettava. Leo giunse al piccolo porticciolo e le barche assonnate facevano rientro una dopo l'altra, ma erano ancora lontane dalla banchina. Leo aveva quel mare negli occhi, nella mente, lo guardava nella sua profondità, cercava di scoprirne il segreto: - perchè non mi parli? Perchè non dici qualcosa? - pensò Leo mentre era seduto su un pietrone a ridosso di quel mare. Poi una vocina gli giunse dal profondo dell'anima o forse dall' oscuro di quel mare e Leo si inarcò verso il basso per sentirla più vicina e...
Il corpo di Leo fu ritrovato dopo parecchi giorni al largo di Palermo completamente disfatto e corroso dal mare. Il riconoscimento fu affidato alla moglie la quale guardando il corpo del marito si limitò solo a confermare l'identità e poi disse: << ributtatelo a mare... lui ormai appartiene solo agli abbissi della mia memoria...>>.