domenica 3 marzo 2013

Faceva troppo caldo (racconto)


Faceva troppo caldo




Leo aveva trascorso una notte insonne per colpa del caldo afoso, malgrado le finestre aperte e il giardino adiacente.
Si alzò ed entrando in cucina venne colpito da una staffilata di sole che gli fece dolere gli occhi.
Accese il gas e si preparò il solito caffe’ della mattina, l’altro l’avrebbe bevuto al bar come sempre. Contava di farsi la barba, infilare il costume da bagno e andare al mare. Era domenica e non aveva nulla da fare, nessuno da incontrare da quando aveva rotto i rapporti con Lara. In bagno si insaponò il viso, aprì il rasoio a lama libera – detestava i rasoi usa e getta gli irritavano la pelle- e si guardò allo specchio. Gli parve che la sua immagine tremolasse e restasse seria anche se cercava di sorridere. Scosse la testa che gli doleva -come sempre- ma il suo volto riflesso rimase serio.
Dalla finestra del bagno che dava sul cortile, si avvicendavano luce ed ombra, quando all’improvviso gli arrivò una sciabolata di luce sulla lama d’acciaio del rasoio che, riflessa nello specchio, gli fece dolere gli occhi.
Il calore era soffocante malgrado fossero le prime ore del mattino. Leo barcollò e la lama che aveva avvicinato al viso lo taglio’ leggermente. Rabbrividì, malgrado il caldo, vedendo il sangue gocciolare nel lavello. Decise che non era il giorno giusto per radersi. Risciacquò la lama, il viso, ripose schiuma e pennello e si applicò, sfregandola, una piccola dose di allume di rocca con l’apposito bastoncello, per fermare il sangue che continuava ad uscire copioso. Era molto irritato, accaldato e provava un senso di estraneità. Si guardò nuovamente allo specchio e si vide sconosciuto in quell’immagine baluginante come quando l’aria sembra solida e ondulata per il gran calore.
Sceso in strada la luce del sole lo schiaffeggio e le tempie presero a pulsargli. Si accorse di aver dimenticato gli occhiali da sole sul tavolino da notte ma non aveva voglia di ritornare nel suo appartamento saturo di calore. Acquistò le solite MS dure dal bar tabacchi vicino a casa e bevve un caffè ristretto . Usci dall’ombra afosa del locale e, tenendo sotto braccio il telo di spugna, si avviò verso il mare. La spiaggia libera non era distante e c’era in giro stranamente poca gente: parevano fantasmi nello scirocco.           Attraversò la strada ferrata e percorse una stradina  dissestata e polverosa sui cui bordi crescevano fiori selvatici bianchi che si stagliavano contro il blù intenso e luminoso del cielo d’estate.             Intorno a Leo si estendeva una campagna brulla traboccante di sole e lo sfolgorio del cielo era accecante. Gli parve di essere lontano, un estraneo a sé stesso, collocato in un’altra dimensione e si sentiva perduto in un nuvola di caldo. Ronzavano gli insetti e crepitava l’erba che cresceva incolta con un suono amplificato che gli aumentava sempre più quell’importuno martellio alla tempie. Già poteva vedere il mare immobile, sonnolento e luccicante. Appena arrivato sulla spiaggia, ancora deserta, si tolse velocemente i pantaloni e la camicia e si tuffò nell’acqua. Era fredda e gli diede piacere nuotare verso il largo immergendo la testa dolorante. Nuotò finché non si sentì stanco e allora si stese sul dorso facendo il morto col viso girato verso il cielo, ad occhi chiusi. La sua mente era totalmente vuota. Tornò a riva nuotando regolarmente e respirando con calma. Sulla spiaggia si stese a pancia in giù sul telo da mare.   Allungando un braccio frugò nella tasca dei pantaloni per cercarvi le sigarette ma sentì qualcosa di duro e freddo. Leo si rialzò su di un gomito e si trovò in mano il suo rasoio, accuratamente ripiegato e ancora umido, lo aprì e vide che era sporco di sangue. Non ricordava assolutamente di averlo portato con sé e questa lacuna dapprima lo infastidì e poi gli diede una sensazione di inquietudine.        Lo richiuse immediatamente e lo ripose nella tasca. Dopo, l’avrebbe nuovamente sciacquato in mare. Gli ritornò con forza il martellio alle tempie e quel senso di provvisorietà e mancanza di contatto con la realtà che già aveva avvertito a casa appena alzato.       Trovò infine le sigarette e se ne accese una fumandola avidamente. Pian piano si calmò e pensò: “a tutto c’è una spiegazione. Ero talmente distratto stamani”. Si tocco la guancia, là dove si era scalfito col rasoio ma il taglio era sparito. Si toccò l’altra guancia nel caso si fosse confuso guardandosi nello specchio, ma anche lì, sotto i polpastrelli, non avvertì alcun segno. Si addormentò. Il sole adesso ardeva quasi a picco sulla sabbia e Leo respirava a fatica nel calore torrido che ne saliva. La spiaggia era deserta ma si notavano i resti di gente che fino a poco prima era stata lì: cartacce, lattine, una pallina bucata, un sandalo di tela da bambino. Si sentiva stanco e confuso. A volte un’onda più lunga delle altre veniva a bagnargli i piedi. Si rizzò a sedere stordito e si guardò attorno. Sole, silenzio, ma dov’erano tutti? Ogni cosa si fermava lì, tra il mare, la sabbia e il sole. Nuovamente la testa gli rimbombava ed era impossibile restare immobile sotto quel rosso sfolgorio. Si alzò in piedi barcollando e prese a camminare portando con sé il telo e i suoi abiti. Ad ogni sciabolata di luce scaturita dalla sabbia, da un frammento di vetro, da una conchiglia, stringeva le mascelle con forza. Arrivò ad una roccia e vide fra il bagliore accecante una piccola zona d’ombra. Vi si riparò sedendosi. Si abbracciò le ginocchia e vi appoggiò il capo dolorante. Si addormentò nuovamente.
Lo svegliarono i carabinieri quando lo arrestarono per aver ucciso la sua compagna, Lara, tagliandole la gola nel sonno. <<Colpa del caldo>>, disse, quando lo trascinarono via ammanettato.-