L'Avvelenata
L'Avvelenata ( a mò di biografia)
Una bici blu, calzoni corti e un vicolo, quello di Marotta (o Ragusi) ed io che sferzavo scansando bidoni d'acqua e cosce aperte: " puttanaaaa quanto pigghi??! " era il mio urlo di battaglia all'alba della mia adolescenza. Ma era anche estate quando venni al mondo e mi dissero che la morte e una pistola erano vicine, ma poi decisi di rovinare la giornata e iniziai a camminare.
Un'Italia in bianco e nero e un televisore sempre rotto. Le prime corse su un vespino "montato 90" e i primi pruriti... e non capivo perchè mi piaceva toccarle il seno. La scuola non era il mio forte (poi rimediai), catene nei polsi e una dissacrante incuria su tutto: “ venga accompagnato dai genitori!”.
Poi tre anni in mezzo a uomini vestiti di nero ma col cuore rosso sangue e giù bastonate e ginocchi sanguinanti, teste rotte e palle strette tra le mie mani. Quante fughe per le vie, quanto freddo, ma non avevo paura...mi rifugiavo in storie di donne e froci e scoprivo “Via Paolo Fabbri 43”; imparai a memoria l’avvelenata! Ricordo i vermi e le corde, le passeggiate a Monte Cuccio e i furti nelle ville e i funghi che marcivano nel comodino e la mortadella delle sorelle con un piede nella fossa.
Poi ricordo… si ricordo il sangue sulla strada e uno “ Ciao” azzurro senza ruote nell’ultima curva. Le cipolle negli occhi e l’uomo col bastone che inseguiva gambe senza peli. Un baffone colmo di sigarette e un prete maledetto che scopava e giù legnate e ceci per aver dissacrato un santo. Poi acqua a fiumi e le cosce della professoressa di italiano.
Poi la casacca verde e giù dai dirupi e flessioni e quante legnate e quanto ne ho date e quanti spari su cadaveri. Una valigia in pelle rossa e lei con lo sguardo basso lungo un corridoio infinito e un treno che non finiva mai… quanti treni!
Poi le mani sporche di inchiostro e un rumore sempre quello, per lunghi anni non sentì altro che un solo rumore! Poi le donne e le puttane (ma sarà la stessa cosa?). Mi imboccavano di latte e miele come fossi un bambino ma io già smaniavo per la voglia di essere grande, cadeva la neve ma io non piangevo e intanto iniziavo a scrivere.
Poi un’auto bianca e blu e un posto dove la nebbia inizia la notte e non finisce mai, dove la neve prendeva il posto del sole, dove si stava tutti allegramente e tristemente ma durò solo sei mesi e ancora treni e mare e dopo la mia città. Bella e crudele la mia città! Come una vecchia puttana si concede a tutti e non fa sconti a nessuno. E intanto continuavo a scrivere.
Auto che sfrecciano, uomini in manette, risse, omicidi, sangue e ancora sangue e un’intera ipocrisia di stato che non finisce mai e vapori di cadaveri e tragedie non ascoltate I viaggi… dopo vennero altri luoghi e viaggi in altre stanze poi vennero loro: la mia continuità!
Scenografie di giorni senza vento, di ricordi di una compagna e una moglie, ricordi di giorni dopo senza sole e fulmini, di profumi di vecchie ciminiere, di ore e minuti, di chiari mattini e di cuori disfatti, di dipartire care e bocche larghe e carnose, di cicche di sigarette e un mare osservato da una montagna, di sogni e sgomento e violenza senza fine.
Ricordo nuvole gonfie e respiri aridi e letti d’ospedale gioie che scendono giù lenti sino al cuore e bastardi dal cuore muto… e intanto continuavo a scrivere
Poi silenzi e attese e secchi d’acqua e il peso del mondo e la rabbia di un cane randagio.
