venerdì 1 marzo 2013

L'altro me (racconto)


L'altro me




      "Bello il lungomare di questa cittadina" pensai un po' stordito da tutto quel  
      via vai di persone che si agitava intorno a me. Uomini, donne, vecchi,  
      bambini mi sfioravano in un orgia vorticosa di colori, razze e profumi. E  
      poco più in la, quasi come ad affermare antiche teorie filosofiche, la  
      pace, il silenzioso rumore del mare calmo visto di notte, che faceva da  
      contrasto. L'ideale per guardarsi dentro e scoprire il nulla. Forse avevo  
      bevuto troppo o forse era solo il consueto incalzare della malinconia,  
      compagna fin troppo nota in sere come quella, ad ogni modo mi ero scordato  
      di non essere andato solo al solito bar sulla spiaggia.  
      Alessandro mi guardava con occhi stanchi, eravamo da ore uno di fronte  
      all'altro in silenzio, nessuno osava parlare, ma dentro i nostri cervelli  
      che discorsi: la vita, la morte, il bene, il male, l'odio e soprattutto  
      l'amore, che sembrava ogni volta fermarsi e poi fuggire di colpo quando lo  
      stavamo per sfiorare.  
      Alle tre di notte il lungomare ormai aveva perso la sua vitalita', molti  
      andavano veloci verso le discoteche, altri, come noi preferivano tornare a  
      casa e pensare, con l'aiuto di un'altra birra e di questa notte estiva che  
      sembrava proprio non voler morire. 
      In poco più di dieci minuti eravamo a casa.  
      Dopo aver lasciato il mio fedele compagno di mille battaglie fui subito  
      davanti alla mia casa, e qui mi colse una pesantezza spirituale  
      insostenibile, era l'apice della mia depressione ormai patologica che mai  
      però aveva raggiunto proporzioni del genere. L'alcool certamente non mi  
      aveva dato effetti benefici questa volta, visto che il mio solito lieve e  
      quasi piacevole timore verso il futuro incerto si stava trasformando in  
      una tremenda angoscia senza via d'uscita.  
      Era passato un'altro giorno e niente era cambiato nella mia vita, la donna  
      che da tempo inseguivo era persa per sempre, ed era triste ogni giorno di  
      più andare a dormire sapendo che nessuno ti avrebbe avuto nei sui sogni e  
      che i tuoi sarebbero stati solo incubi. 
      Cercai di convincere me stesso che era solo la stanchezza che mi stava  
      giocando brutti scherzi, che una bella dormita mi avrebbe certamente  
      rinvigorito e avrebbe cacciato i brutti pensieri. Ma mi sentivo comunque  
      strano, tanto che faticai ad aprire la porta di servizio di casa mia.  
      Subito però mi accorsi che non dipendeva dal mio squilibrio mentale del  
      momento, la porta era chiusa dall'interno. "Strano" pensai, dal momento  
      che mia madre lasciava sempre aperta quella porta per favorirmi l'ingresso  
      quando facevo tardi la notte. Poche volte lo chiudeva, le volte che mio  
      padre non era in casa con lei. Ma la macchina era lì al suo posto. In ogni  
      caso avevo con me le chiavi, non mi preoccupai più di tanto. Dovevo ora  
      sistemare la moto, con la quale ero rincasato, nel suo solito posto, una  
      stretta lingua di cemento tra due fabbricati. Era un gesto che avevo  
      ripetuto chissà quante volte, nonostante le tenebre, quindi, andai sicuro  
      in retromarcia. Un urto fragoroso mi scosse, pensai subito alla bicicletta  
      di mio fratello, doveva ancora averla dimenticata proprio là, in mezzo al  
      passaggio. Mi volsi e con mio estremo stupore un'altra immagine mi si pose  
      innanzi, avevo urtato la mia stessa moto che stava la parcheggiata al suo  
      posto da chissà quanto tempo.  
      Sistemai al meglio la moto sulla quale mi trovavo, e mi precipitai  
      sull'altra per constatare se la situazione assurda che stavo vivendo fosse  
      reale o meno. Non seppi darmi una risposta o forse non volli darmela. Ad  
      ogni modo la moto che mi stava davanti era proprio la mia: stesso  
      chilometraggio, stessi difetti, stesso numero di targa, e perfino la  
      stessa vite penzolante che mi ero scordato di sistemare. 
      Forse in casa avrei trovato una risposta a tutto ciò. Arrivai alla porta  
      che dal giardino, dove mi trovavo, da accesso all'interno della casa,  
      abbassai la maniglia, la porta non si mosse. Era chiusa dall'interno. Non  
      avevo la chiave perchè non esisteva una chiave, quella era una vecchia  
      porta che stava li da decenni si poteva chiudere solo girando il passante  
      all'interno, e la chiudeva sempre l'ultimo che rincasava. La chiudevo  
      sempre io. 
      Avrei potuto aprire la porta con una leggera spallata se avessi voluto ma  
      avrei svegliato tutti, optai per entrare dall'ingresso principale.  
      Nell'andare via però scorsi dalla finestra qualcosa che mi gelò il sangue:  
      sul tavolo della cucina giacevano l'uno accanto all'altro il mio casco, le  
      chiavi che tenevo in mano e il maglione che indossavo in quel momento. Un  
      pensiero agghiacciante pervase la mia mente: potevo io essere già a casa?  
      Non era razionalmente possibile! Non potevano esserci due me! Aperta la  
      porta principale terrorizzato mi diressi verso la mia camera, dalla quale  
      usciva una tenue luce, c'era sicuramente qualcuno. Non riuscivo ad  
      immaginare che cosa sarebbe successo se davvero ci fosse stato un altro me  
      in camera mia, comunque entrai.  
      L'altro me stava in piedi, mi aveva sicuramente sentito arrivare, e  
      impugnava un coltello. Riconobbi quel coltello, era quello che io tenevo  
      nascosto sotto il materasso per ogni evenienza. A quanto pare questa si  
      stava rivelando per l'altro me una di quelle evenienze. 
      Ci fissammo per qualche istante, entrambi attoniti e spaventati. Io  
      conoscevo bene me stesso e sapevo che non mi avrebbe mai attaccato per  
      primo, se non fosse stato minacciato da vicino. Feci un passo in avanti e  
      l'altro me indietreggiò. Ma un particolare per un attimo catturò la mia  
      attenzione. Un quaderno stava aperto sul letto, riuscii a leggere alcune  
      frasi, più chiare delle altre perchè scritte in stampatello, dicevano:  
      "...ORA SO CHE COSA FARE, PRENDO IL COLTELLO E ASPETTO...".  
      Dopo aver letto alzai gli occhi verso la persona che mi stava davanti,  
      dovevo fare qualche cosa, gli balzai addosso nel tentativo disperato di  
      disarmarlo, ma lui fu più veloce. Essendo noi la stessa persona non gli fu  
      difficile capire le mie intenzioni. Mi pugnalò al cuore. Non sentì nessun  
      dolore, caddi in ginocchio e lentamente svanii.  
      Ancora non riuscivo a crederci ma era così, io ero il me sbagliato quello  
      non reale...e di colpo il buio. 
      Ora sono rientrato da circa un ora da Cefalù, e sdraiato sul mio  
      letto ho appena terminato di scrivere questa inverosimile storia, nel  
      silenzio della notte sento un forte frastuono, sembra che qualcosa abbia  
      urtato la mia moto, ho paura rimango zitto ed immobile. Qualcuno sta  
      cercando di entrare, sento la porta dell'ingresso che si apre, dei passi  
      si dirigono verso la mia camera. Il rumore dei tacchi e' sempre più  
      vicino, ma sì...questo è il rumore dei tacchi dei miei stivali, questo  
      sono io!  
      Stento a crederci ma ORA SO CHE COSA FARE, PRENDO IL COLTELLO E ASPETTO...