L'altro me (racconto)
L'altro me
"Bello il lungomare di questa cittadina" pensai un po' stordito da tutto quel
via vai di persone che si agitava intorno a me. Uomini, donne, vecchi,
bambini mi sfioravano in un orgia vorticosa di colori, razze e profumi. E
poco più in la, quasi come ad affermare antiche teorie filosofiche, la
pace, il silenzioso rumore del mare calmo visto di notte, che faceva da
contrasto. L'ideale per guardarsi dentro e scoprire il nulla. Forse avevo
bevuto troppo o forse era solo il consueto incalzare della malinconia,
compagna fin troppo nota in sere come quella, ad ogni modo mi ero scordato
di non essere andato solo al solito bar sulla spiaggia.
Alessandro mi guardava con occhi stanchi, eravamo da ore uno di fronte
all'altro in silenzio, nessuno osava parlare, ma dentro i nostri cervelli
che discorsi: la vita, la morte, il bene, il male, l'odio e soprattutto
l'amore, che sembrava ogni volta fermarsi e poi fuggire di colpo quando lo
stavamo per sfiorare.
Alle tre di notte il lungomare ormai aveva perso la sua vitalita', molti
andavano veloci verso le discoteche, altri, come noi preferivano tornare a
casa e pensare, con l'aiuto di un'altra birra e di questa notte estiva che
sembrava proprio non voler morire.
In poco più di dieci minuti eravamo a casa.
Dopo aver lasciato il mio fedele compagno di mille battaglie fui subito
davanti alla mia casa, e qui mi colse una pesantezza spirituale
insostenibile, era l'apice della mia depressione ormai patologica che mai
però aveva raggiunto proporzioni del genere. L'alcool certamente non mi
aveva dato effetti benefici questa volta, visto che il mio solito lieve e
quasi piacevole timore verso il futuro incerto si stava trasformando in
una tremenda angoscia senza via d'uscita.
Era passato un'altro giorno e niente era cambiato nella mia vita, la donna
che da tempo inseguivo era persa per sempre, ed era triste ogni giorno di
più andare a dormire sapendo che nessuno ti avrebbe avuto nei sui sogni e
che i tuoi sarebbero stati solo incubi.
Cercai di convincere me stesso che era solo la stanchezza che mi stava
giocando brutti scherzi, che una bella dormita mi avrebbe certamente
rinvigorito e avrebbe cacciato i brutti pensieri. Ma mi sentivo comunque
strano, tanto che faticai ad aprire la porta di servizio di casa mia.
Subito però mi accorsi che non dipendeva dal mio squilibrio mentale del
momento, la porta era chiusa dall'interno. "Strano" pensai, dal momento
che mia madre lasciava sempre aperta quella porta per favorirmi l'ingresso
quando facevo tardi la notte. Poche volte lo chiudeva, le volte che mio
padre non era in casa con lei. Ma la macchina era lì al suo posto. In ogni
caso avevo con me le chiavi, non mi preoccupai più di tanto. Dovevo ora
sistemare la moto, con la quale ero rincasato, nel suo solito posto, una
stretta lingua di cemento tra due fabbricati. Era un gesto che avevo
ripetuto chissà quante volte, nonostante le tenebre, quindi, andai sicuro
in retromarcia. Un urto fragoroso mi scosse, pensai subito alla bicicletta
di mio fratello, doveva ancora averla dimenticata proprio là, in mezzo al
passaggio. Mi volsi e con mio estremo stupore un'altra immagine mi si pose
innanzi, avevo urtato la mia stessa moto che stava la parcheggiata al suo
posto da chissà quanto tempo.
Sistemai al meglio la moto sulla quale mi trovavo, e mi precipitai
sull'altra per constatare se la situazione assurda che stavo vivendo fosse
reale o meno. Non seppi darmi una risposta o forse non volli darmela. Ad
ogni modo la moto che mi stava davanti era proprio la mia: stesso
chilometraggio, stessi difetti, stesso numero di targa, e perfino la
stessa vite penzolante che mi ero scordato di sistemare.
Forse in casa avrei trovato una risposta a tutto ciò. Arrivai alla porta
che dal giardino, dove mi trovavo, da accesso all'interno della casa,
abbassai la maniglia, la porta non si mosse. Era chiusa dall'interno. Non
avevo la chiave perchè non esisteva una chiave, quella era una vecchia
porta che stava li da decenni si poteva chiudere solo girando il passante
all'interno, e la chiudeva sempre l'ultimo che rincasava. La chiudevo
sempre io.
Avrei potuto aprire la porta con una leggera spallata se avessi voluto ma
avrei svegliato tutti, optai per entrare dall'ingresso principale.
Nell'andare via però scorsi dalla finestra qualcosa che mi gelò il sangue:
sul tavolo della cucina giacevano l'uno accanto all'altro il mio casco, le
chiavi che tenevo in mano e il maglione che indossavo in quel momento. Un
pensiero agghiacciante pervase la mia mente: potevo io essere già a casa?
Non era razionalmente possibile! Non potevano esserci due me! Aperta la
porta principale terrorizzato mi diressi verso la mia camera, dalla quale
usciva una tenue luce, c'era sicuramente qualcuno. Non riuscivo ad
immaginare che cosa sarebbe successo se davvero ci fosse stato un altro me
in camera mia, comunque entrai.
L'altro me stava in piedi, mi aveva sicuramente sentito arrivare, e
impugnava un coltello. Riconobbi quel coltello, era quello che io tenevo
nascosto sotto il materasso per ogni evenienza. A quanto pare questa si
stava rivelando per l'altro me una di quelle evenienze.
Ci fissammo per qualche istante, entrambi attoniti e spaventati. Io
conoscevo bene me stesso e sapevo che non mi avrebbe mai attaccato per
primo, se non fosse stato minacciato da vicino. Feci un passo in avanti e
l'altro me indietreggiò. Ma un particolare per un attimo catturò la mia
attenzione. Un quaderno stava aperto sul letto, riuscii a leggere alcune
frasi, più chiare delle altre perchè scritte in stampatello, dicevano:
"...ORA SO CHE COSA FARE, PRENDO IL COLTELLO E ASPETTO...".
Dopo aver letto alzai gli occhi verso la persona che mi stava davanti,
dovevo fare qualche cosa, gli balzai addosso nel tentativo disperato di
disarmarlo, ma lui fu più veloce. Essendo noi la stessa persona non gli fu
difficile capire le mie intenzioni. Mi pugnalò al cuore. Non sentì nessun
dolore, caddi in ginocchio e lentamente svanii.
Ancora non riuscivo a crederci ma era così, io ero il me sbagliato quello
non reale...e di colpo il buio.
Ora sono rientrato da circa un ora da Cefalù, e sdraiato sul mio
letto ho appena terminato di scrivere questa inverosimile storia, nel
silenzio della notte sento un forte frastuono, sembra che qualcosa abbia
urtato la mia moto, ho paura rimango zitto ed immobile. Qualcuno sta
cercando di entrare, sento la porta dell'ingresso che si apre, dei passi
si dirigono verso la mia camera. Il rumore dei tacchi e' sempre più
vicino, ma sì...questo è il rumore dei tacchi dei miei stivali, questo
sono io!
Stento a crederci ma ORA SO CHE COSA FARE, PRENDO IL COLTELLO E ASPETTO...