domenica 3 marzo 2013

L'Uomo e le sue pietre (racconto)

L'Uomo e le sue pietre



L'uomo, sempre lui, sta camminando.
Camminando.
Non e' un cammino quello che sta facendo, non è quel ritmico flettersi di articolazioni, il consueto e preciso breviario di passi che una arcaica memoria ha mosso per lui, da anni, da mesi, da sempre. Lui non cammina ma barcolla.
Guardatelo bene, guardatelo di spalle, non cammina ma ciondola. Le sue scarpe si allungano, levigano il marciapiede e sfiorano quasi i muri. Il suo tronco è miracolosamente incollato alla vita, si sposta avanti con tutto il peso, si sporge, sembra elemosinare al vento una spinta da dietro, come un centometrista ai blocchi di partenza mentre aspetta l'istante dello sparo.
Ma sa, l'uomo, che il suo cammino non potrà chiudersi in dieci secondi, o forse si... la sua vita si potrà racchiudere in quei secondi, ma se è così, se davvero è stato così è un tempo che appartiene al passato, e ora i metri sono chilometri, i secondi sono ore, le sue suole sono come palle di pietra.
Dicevo, non cammina ma ciondola.
Ha smesso di interrogarsi su cio' che può capire. Prima era un tormento, poi è stato quasi un piacere, adesso sarebbe come un vizio. Del resto non riesce neanche a pensare; un liquido denso, un magma amniotico gli ha perforato il cranio e si è introdotto dentro, come una sorta di bava collosa che attacca a se tutti i pensieri. Del resto basta una pozzanghera che ha lì ad un passo, a clebrare il fallimento della sua conoscenza.
Sorride.
Se potesse guardare dentro quella pozzanghera vedrebbe la sua faccia intorpidita e forse non si riconoscerebbe. O forse la pozzanghera non riconoscerebbe lui.
Tra le suole, l'improvviso nascere di cespugli, erbe, sassi, pietruzze lucidate da scaglie di sole risvegliato. Sono piccoli lampi, lucciole che gli stramazzano nelle pupille nere. Tutto, ora in lui sembra trattenuto, tutto in lui somiglia ad una sommossa silenziosa di esplosioni ovattate. I suoni della natura gli arrivano alle orecchie come tonfi sordi; questa mattina, le parole di sua madre, che era tornato ad abitare, gli avevano attraversato il cervello trapassandolo da parte a parte.
Era per questo, forse, è per questo adesso cammina, anzi no, ciondola. Ma non ce l'ha con lei, non ce l'ha con nessuno. Sarebbe anche impreciso anche dire che c'è l'ha con se stesso; sarebbe dare troppa importanza a sé, credersi capace di attuare un piano di distruzione così feroce. E lui, ora, e' un nulla. Un nulla su cui tutto si riflette, tutto rimbalza, tutto accade e scivola. Puo' solo provare a occhieggiare i piedi del mondo, a serrare le palpebre per osservare di sbieco l'esibizione quotidiana e impetuosa di ciò che ha abbandonato.
A volte, certe volte, gli sembra che il corpo, il suo corpo, attiria se' tutta la gravita' e che quella strana forza lo richieda steso a terra, orizzontale sull'asfalto, con le braccia conserte. Ma non l'ora del treno del suicidio. Questo lo sa, ed anche se non somiglia ad un riscatto, gli impedisce di celebrare il definitivo abbandono. Filosofie per rifiutare la morte, si dice. Sono solo troppo stanco per affrontarla, si dice. Non sa perche' e' così, ma e' così. Non ci sono ragioni.
Ecco.
L'uomo, se dovesse dirsi, si direbbe stanco. E se riuscisse a descriverela sua stanchezza, se riuscisse a scomporla in una sorta di liturgìa di cause e motivi, forse lo sarebbe meno, forse riuscirebbe a dare un'esattezza, una puntualità di movimento che di quattro un'esattezza, una puntualità di movimento che di quattro. Cosa vuol dire, si chiede l'uomo, essere stanchi? Forse rinunciare alla vita, alla sua inevitabile imperfezione, lasciare un disegno appena abbozzato, far cadere la penna dalla mano?
L'uomo, ora, e' stanco. Non si chiede il perché della sua , non interroga la sua stanchezza. Lei viene, come l'amore, come la morte, come l'essere nati. Prende il suo corpo, si impossessa della sua mente, e' un tremolìo di mani impossibilitate a incrociarsi.
Ma un'altro giorno ancora lo aspetta.-