L'Amore Ignorato (racconto)
L'Amore Ignorato
Era accaduto un’alta volta.
L’ennesima volta. Come al solito Luca saliva sulla sua automobile, metteva in moto, accendeva il cd e si lasciava condurre in giro per la città afosa e dalla musica, quella che capitava, non gliene importava più di tanto,una radio valeva l’altra.
Quel che solo gli importava si era rivelato soltanto una delusione. L’ aveva a suo modo amata, fin dalla prima volta in cui, fredda e stanca e annoiata, l’aveva vista avvicinare al suo triste tavolo per prendere delle ordinazioni. L’aveva guardata distrattamente poiché nella sua mente era ancora fresco il ricordo di un altro amore che poteva essere, secondo lui, ma che in fondo non lo era stato.
Lei gli si era avvicinato e lui aveva ordinato senza guardarla. Quando però lei gli chiese di ripetere l’ordinazione, allora lui la guardò. Si soffermò sui suoi capelli biondi e il suo sguardo sfuggente e distante. Come se avesse voluto trovarsi in qualunque altro posto purchè non la dentro, esposta alla mercè delle solitudini altrui.
Lei era una persona piuttosto umile. Aveva accettato quel lavoro solo per poter avere un po’ di soldi per potersi permettere qualche vestito in più e poter pagare qualche volta la cena al suo ragazzo. Già, lui.
Lui non aveva forse niente che potesse interessare lei come nessun altra. Ma l’aveva corteggiata in un modo che lei doveva esser sembrato piuttosto commovente, e così accettò il suo amore. Questa era la vita che conduceva la ragazza. Viveva per lui e viveva, anche un po’, per lei.
Non c’era altro nella sua vita, completamente vuota. Non un sogno che non fosse quello di sposarsi e di diventare una buona madre e una eccellente padrona di casa. Il lavoro non le interessava più di tanto, anche perché sapeva sin dall’inizio che il suo destino era di fare la casalinga. Già, lui non avrebbe mai accettato che sua moglie lavorasse. E comunque lei non si era mai chiesta quale fosse il suo destino. Ma Giordano ignorava tutto ciò. Lo ignorava all’inizio e l’avrebbe ignorato per tutta la durata della loro storia, che per lui sarebbe stata, come sempre, rilevante, anche quando avrebbe saputo di lei tutto quanto c’era da sapere.
Lui, invece,era un uomo che aveva fatto della realizzazione professionale il suo credo. Aveva lottato contro tutti per poter fare quello che credeva potesse garantirgli il successo, e ci era riuscito. Era scappato dal suo quartiere popolare, il cui tasso di istruzione era decisamente inferiore a quello della media cittadina, e dove chi si era arricchito lo aveva fatto con la convinzione che si potesse vivere ignorando tutto quanto non li riguardasse direttamente, cioè che non riguardasse il loro portafogli.
Era diventato sicuro di se stesso, poiché aveva potuto constatare che era in grado di fare quel che la maggior parte delle persone non era in grado neppure di immaginare. Lui non solo le pensava ma le realizzava. Era iniziato tutto per caso. Con una battuta scambiata con un compagno di università quando la laurea era prossima e occorreva decidere come guadagnarsi da vivere. Ci aveva creduto subito, nonostante tutti li prendessero per matti o ingenui studentelli che non conoscevano ancora la vita.
Dopo quell'avventura non fece che collezionare successi. Aprì un ristorante, sempre con lo stesso compagno di università, e, dopo avergli creato un nome, lo rivendette guadagnandoci decine di milioni. Poi fu la volta di un bar, di una testata giornalistica locale e persino di una squadra di calcio. Tutti investimenti che avevano fruttato al di là di ogni più rosea previsione. Volendo, avrebbe potuto smettere di lavorare per dieci anni senza doversi preoccupare delle sue risorse finanziarie.
Eppure, c'era qualcosa che conferiva al suo sguardo una malinconia senza precedenti. C'erano, fra lui e la felicità, decine di storie, fra quelle reali e quelle che lui aveva solo desiderato o immaginato, con persone che non avevano nulla per renderlo felice. Ogni volta nasceva per caso. Fra le decine di ragazze che incontrava nel corso delle sue spesso solitarie uscite serali o durante la sua giornata lavorativa, capitava, di tanto in tanto, che una di loro gli si rivelasse come speciale. Non perché fossero talmente belle da provocare una reazione simile in praticamente tutti gli uomini eterosessuali. No, non erano quasi mai in possesso di una bellezza fuori dal comune. Ma possedevano magari un sorriso particolare, una taglio di capelli che lui immaginava di poter accarezzare al più presto, o magari il modo di camminare o il timbro della voce. E non se ne accorgeva mai subito. La sua mente registrava, poi, dopo. Così era avvenuto anche per lei. Durante una serata che non doveva offrire altro che uno svago dal lavoro. In perfetta e felice solitudine, come al solito. Marco non amava gli altri, se non in determinati periodi, quando si guardava attorno e credeva di scorgere tra i visi delle persone, sempre le stesse, che lo circondavano, quella sincerità a cui nella maggior parte della sua vita non aveva mai creduto.
Lei non diede segni di interesse particolari, durante quelle prime serate. Lui, infatti, frequentò con assiduità il locale in cui la bionda ragazza lavorava. Ogni serata era una battaglia con se stesso, per cercare una scusa per poterle parlare, per poter attirare la sua attenzione. Ci mise un po', ma alla fine riuscì a guadagnarsi la sua confidenza. Lei gli parlava non appena poteva, non appena cioè il locale si fosse un po' svuotato. Lui la cercava con lo sguardo in ogni momento. Quando lo trovava, lei si distoglieva, intimidita come se fosse sorpresa del fatto che qualcuno si interessasse a lei. Così, almeno una volta ogni serata, lei lo raggiungeva al tavolo e parlavano. Lui le faceva mille domande, senza peraltro mai chiederle né se il suo cuore fosse impegnato, né se lei avesse voglia di uscire con lui. Parlavano di amore, di lavoro, di amici, dei proprietari del locale che Luca conosceva bene per aver fatto con loro alcuni affari. Ma era legato, imprigionato dalla sua voglia di piacerle e di essere come lei desiderava. Solo che lei non desiderava nulla più di quanto già non avesse. E Luca si tormentava ogni notte cercando di capire se fossero finalmente maturi i tempi per farsi avanti in modo un po' più convincente. Ripeteva nella sua mente tutti i discorsi fatti, tutti i suoi sguardi, i suoi movimenti, i suoi sorrisi e quelle sue espressioni di disappunto infantile che mostrava rivolta verso di lui, non appena si allontanava da un tavolo in cui qualcuno ci provava con molta insistenza e poca classe e discrezione. Sarebbero state queste espressioni ciò che più gli sarebbero mancate quando Luca comprese che non l'avrebbe rivista mai più.
Così Luca, dopo aver guidato senza meta per un'ora, fece tappa proprio alla birreria in cui lei aveva lavorato e in cui si era consumata la solita passione non corrisposta e priva di quel che la gente normale definisce emozioni. Entrò e già rimpianse di averlo fatto, non appena vide quello a cui era ampiamente preparato: una cameriera nuova. Una ragazza carina e bruna, dagli occhi estroversi e la camminata leggera e divertita. Il contrario di lei. E lui la odiò con forza, poverina. Odiava il fatto che fosse lì a lavorare al posto suo. Odiava il fatto che si appoggiasse al bancone dei gelati in attesa di prendere le ordinazioni ai tavoli come faceva lei. Odiava il fatto che lei si muovesse trai tavoli e si fermasse tra essi a parlare con i clienti proprio come lei faceva con lui. Salutò il proprietario e ordinò una birra senza sedersi. Si appoggiò al bancone e rispose senza entusiasmo al saluto con tanto di battuta al seguito che l'altro proprietario, giunto alle sue spalle, gli aveva rivolto. Aveva già consumato due birre quando, voltandosi distrattamente verso l'ingresso, l'aveva vista entrare. Quasi non l'aveva riconosciuta. Aveva i capelli raccolti da una coda, indossava un body nero provocante e scollato e una gonna nera di media lunghezza. Quando lavorava era solita lasciare i suoi capelli sciolti e privi di gel o lacca, e indossava sempre una polo azzurra o nera e dei poco sexi jeans chiari. Ma Luca non fece quasi in tempo a produrre qualche considerazione al riguardo poiché proprio mentre lei lo salutava, entrava un ragazzo che le teneva la mano. Lei abbassò lo sguardo e passò oltre, dirigendosi verso il proprietario seduto alle spalle di Luca, mentre quest'ultimo osservò con scrupolo il ragazzo.
Era giovane, almeno cinque anni meno di lui, ed era piuttosto bello. Aveva uno sguardo semplice e gli occhi brillanti. E Luca credette di assomigliarli. Qualche anno prima. Si sedettero fuori, dove già c'era molta gente. Era quasi agosto. Luca fu avvicinato da un conoscente, che iniziò a parlare senza dare alcun segno di volersene tornare da dove era venuto. Luca smaniava dalla voglia di uscire a sua volta e di morire di affogare nei sentimenti che lo avvolgevano. Dopo mezz'ora riuscì nel suo intento. La vide seduta al suo fianco, serena. Lui parlava con qualcuno. Di calcio. Poi di macchine. Infine di lavoro. da quel che Luca aveva capito lavorava in una fabbrica. Luca lo ascoltava con disprezzo, da lontano. Non si era voluto avvicinare troppo. E la guardava. E ogni tanto i loro sguardi si incrociavano. Ma Luca non aveva alcuna strategia, e non solo perché non si aspettava di rivederla quella sera. Voleva solo guardarla per allontanare il più possibile il momento in cui si sarebbe dimenticato il suo viso. Non aveva nemmeno più rimpianti, perché aveva agito seguendo il suo cuore. Erano passate due settimane da quando l'aveva seguita per scoprire dove abitasse. Fu poi fortunato perché indovinò il suo cognome tra le decine di campanelli del suo portone. O almeno così credette. Lo intuì perché dopo averle inviato dodici rose rosse a casa qualcosa cambiò nel loro rapporto. La sera successiva infatti, lei si aggirava tra i tavoli come se nulla fosse successo. Lui entrò ma lei non lo vide poiché impegnata presso un tavolo al fondo del locale. Lui prese posto e iniziò a guardarla. Dopo cinque minuti lei riprese con la solita calma il suo posto d'attesa, quello vicino al frigorifero dei gelati. Distrattamente lei guardò verso il locale e lo vide. E arrossì prima di girarsi senza neppure porgergli un cenno di saluto.
Luca credette che quella fosse la prova della ricezione dell'omaggio floreale con tanto di poesia al seguito. Così attese che lei si avvicinasse, come al solito. Ma l'attesa fu lunga e lei si tenne ben distante dal pretendente. Si salutarono appena quando Luca decise di andarsene. La notte quasi non dormì, nella certezza che lei non avesse gradito e che, anche quella volta, il tempo dei rimpianti sarebbe durato più di quello della storia in sé.
La sera dopo fu una fotocopia di quella precedente. E Luca si convinse di dover cambiare strategia. La ignorò completamente, pur non restando fermo al suo tavolo. Le passava vicino e cercava qualcuno con cui parlare. Ordinava birra dall'altra cameriera, stupendo anche quest'ultima, che in quelle due settimane aveva capito che lui voleva farsi servire dall'altra ragazza. La ragazza reggeva la situazione senza apparente turbamento. E Luca, che in realtà sapeva sempre cosa lei stesse facendo, in quale parte del locale fosse e chi o cosa stesse guardando, capì di avere perso.
Non cambiò nulla, da allora. Marco alternava le serate in cui fingeva di essere allegro e socievole a quelle in cui se ne restava isolato e malinconico. Era anche quest'ultima una strategia. Opposta all'altra, ma che come l'altra non ebbe gli effetti sperati. Non accadde nulla, fino a quando una sera Marco giunse in birreria e non la vide appoggiata al frigorifero dei gelati. Non voleva dire nulla, di per sé, il fatto che lei non si trovasse lì. Poteva essere in qualunque parte del locale. Ma Marco era certo che lei si fosse licenziata. E così, in effetti, fu. Poteva essersi ammalata, poteva aver ottenuto un giorno di permesso. Ma Marco era sicuro. Non l'avrebbe mai più rivista.
Il ragazzo ad un certo punto si alzò ed entrò all'interno del locale. Si avvicinò alla cassa e pagò il conto. Luca la guardò perché quella, ne era certo anche se mancava qualunque barlume di razionalità alle sue convinzioni, era l'ultima volta che quella piccola figura, serena e malinconica, dolce e sfuggente, così diversa dal solito, imprigionata com'era in quegli abiti che lui non riusciva a vedere come i suoi, gli appariva davanti. Lei, quasi approfittando del momento, cercò il suo sguardo, trovandolo. Luca le lesse lo stupore, l'incertezza, la rassegnazione e anche un po' di tristezza. Era uno sguardo che quasi lo interrogava. Ma questo Luca non lo capì. Lei si alzò e seguì il suo ragazzo. Si allontanava avvicinandosi a Luca. Gli passò vicino. Luca la guardava. Lei, però, abbassò lo sguardo a negargli anche l'ultimo saluto.
Luca ignorava la vera natura di quell'ennesimo amore mancato. Ignorava il suo carattere poiché gliene aveva affibbiato artificiosamente uno. Ignorava i suoi sogni, che in realtà non esistevano. Ignorava la relazione stanca e senza passione che legava la ragazza al suo compagno, poiché aveva creduto, quella sera, che fosse un grande amore, un amore in cui lui non aveva alcun ruolo e tantomeno alcun diritto di intromissione nella figura del disturbatore. Li aveva invidiati, perché lui ignorava un amore vero, ricambiato e felice, tranquillo ma forte, pieno di gioia. Per questo lei aveva capito che doveva tenersi alla larga da lui, e lo aveva ignorato dopo aver ricevuto rose e poesia.
Luca ignorava che lei non vedeva l'ora di andare a lavorare per incontrarlo, per parlare con quell'uomo così diverso dagli altri e dal suo ragazzo, così misterioso e così gentile, così capace di attirare la sua attenzione e di risvegliare la sua voglia di amare veramente.
Luca ignorava che lei, non appena ricevute le rose, subito aveva capito che fossero sue e si era quasi messa a piangere per la gioia. Luca ignorava che lei aveva desiderato che lui le si facesse avanti, in seguito, per dirle che l'amava, che era pronto a farle vive quelle emozioni che lei avrebbe invece ignorato per il resto della sua vita.
Luca ignorava che lei lo aveva, a suo modo, amato. E lo avrebbe fatto per sempre.-