domenica 3 marzo 2013

L'anima e la Notte (racconto)


L'anima e la Notte




                        La notte che anima può avere?
Uno jazz intimo e caldo.
Uno spazio erogeno fra le mani e la bocca.
Un ciclone lento
languido di gravità
che sposta tutti i sensi in un altro reale.
Sembra quasi materia sospesa, come una galassia liquida che trasuda tra lenzuoli di seta per poi riposare.
Credo che rimarrò qui ad ascoltare quest’acqua che sale come note e mi lascia a volte sospeso, altre incantato.
           Quell’uomo con la cravatta rossa seduto di tre quarti che buffo…
           Le sue mani picchiano come impazzite su una avorio bianco e nero in un quattro quarti sincopato.
           Il contrabbasso… il contrabbasso sembra che brontola fra se e se, quasi a strizzare gli occhi alla passione di un tempo.
           La sala è quasi vuota.
           Le luci soffuse e disseminate in giro senza un ordine preciso, proprio come le note del jazz che diffondono quel gusto retrò fatto di calze a rete e Jack Daniels.
           Ed io… io me ne stò seduto qui in questo tavolo a scacchi.
           In una mano tengo un bicchiere di Jack Daniels invecchiato, l’altra avvolta dal fumo di una Camel senza filtro.
           Non ricordo più da quanto tempo non fumavo una sigaretta e poi una Camel… A casa, quella megera di mia moglie non mi permette di fumare. E a pensarci bene… mi ha fatto togliere il vizio anche in ufficio.
           Continuo a bere, non lo facevo da secoli, ma questa è una sera speciale.
           Stasera voglio uccidermi in silenzio con questo Jack Daniels; voglio che lui senta la disperazione di quest’anima malata di falsa felicità… e intanto l’uomo dalla cravatta rossa alle tastiere sta sempre l’ì, tutto avvolto tra le sue note maledette e picchia picchia sui tasti, su scale dissonanti… e il contrabbasso che quasi non riesce a stargli dietro… e un sassofonista che in sintonia al basso fretless strappa dai tavoli tutto ilwhisky in attesa di essere ingozzato dagli avventori, e caricarsi sulle spalle tutta la malinconia e la tristezza di una New Orleans d’altri tempi.

           Sembra lui il disgraziato questa sera!

Il fumo della Camel si sparge sul mio viso disegnando un vizio ancestrale e la cenere ancora intatta raggiunge il limite delle dita, lo sento avvolgersi nella bocca ancora aspra del Jack e penso a mia moglie.
Starà a casa a chiedersi come mai ancora non mi faccio vivo, io che della puntualità ne ho fatto un dogma di vita, che la mia meticolosità è diventata proverbiale, le mie abitudini poi… non ne parliamo! Se decidessero di ammazzarmi… ci vorrebbe così poco.

Marie, moglie di un tempo che fu.

A guardarla bene, una donnina apparentemente  insignificante, dal carattere accondiscendente in tutto, invece… negli anni imparai a stanare l’altra parte di sé, quella cattiva, quella perfida, quella che ti toglie ogni respiro, quella che ti spia in ogni cosa che fai, quella che ti urla dietro come un cane che rincorre la sua auto.
Penso allo strepitio della sua voce così sottile e insinuante che ti entra dentro come uno stiletto arroventato.         
Non la sopporto più, ne ho le scatole piene di quella donna… colei che aveva cambiato inesorabilmente la mia vita.

Bob. Questo è il mio nome. Bob Sincle; emerito direttore del più importante museo delle cere della capitale e questa sera sta affogando in una bettola di vicolo De’ Cinque, proprio a ridosso di ponte Sisto, sul Lungotevere.
Quella vita di direttore del museo delle cere non mi va più bene.
Mi ritrovo a parlare solo con Giorgio, il mio assistente; eccellente artista che da anima a quelle statue, che con le sue grandi mani le modella come fossero figli propri, o con le stesse statue, la sera, prima di chiudere il museo, quando mi sentivo ancora più solo, quando ultimavo il giro d’ispezione e… mi chiedevo se quelle opere avevano un anima o no… l’anima.

La donna dal cappello nero e calze a rete andava dietro al basso fretless e io mi misi a piangere. Forse per quelle note così tirate allo spasimo o per quella voce così calda, impastata di note e notte fonda, ma era la mia fuga quella! E nessuno poteva togliermela!
Dicono che sono un uomo tutto d’un pezzo.
Mi offrirono il posto di direttore del museo dopo essere stato per parecchi anni assistente e vittima del dottor Lacombe a Londra, presso il British Museum; emerito studioso di Egittologia e tecniche di imbalsamazione di cadaveri.
Lacombe, che personaggio!  Aveva la “ fissa” degli antichi Egizi e mi faceva trascorrere intere giornate chiuso in laboratorio tra balsami, resine aromatiche, carbonato decraidato e a studiare i manoscritti lasciati da Alfredo Salafia; un imbalsamatore italiano vissuto a metà del secolo scorso il quale mise a punto un metodo di conservazione della materia organica basato sull’iniezione di sostanze chimiche.

Ma stasera sono qui.

Tra note jazz, Camel e Jack Daniels invecchiato, a rivedere la mia vita e a tutto ciò che questo silenzio non mi dice ancora.
Inalo prepotentemente l’ultimo respiro di sigaretta e penso a quella donna e all’oscurità intorno al suo viso, sdraiata sulla fredda terra e al suo dimenarsi senza sosta, ad assaporare quel lento silenzio dove distruggo tutti i miei peccati, al suo ultimo alito di vita verso il mio… il mio primo omicidio.